Ogni stagione ha la sua parola magica: da “progresso” degli anni ’60, a “globalizzazione” degli anni ’90, passando per “diritti” degli anni ’70 ed “edonismo” degli ’80. Recentemente, dopo “multiculturalismo” e “crisi” si è affermato un cavallo di ritorno: “liberalizzazioni”. Perché queste, benché di moda in questi giorni, risalgono a quasi trent’anni fa, ai tempi di Thatcher-Reagan. In Europa (intesa come Unione Europea) si sono imposte da circa venti anni, da quando i britannici (approfittando del predominio culturale dell’inglese, ormai unica lingua veicolare in una Europa sempre più allargata) le hanno esportate a Bruxelles. E così, anche quelli che nei testi di economia di quando ero ragazzo erano “monopoli naturali” sono diventati, nei nuovi testi “mercati contendibili”. Tutto per favorire i consumatori, così era scritto. Vedi la telefonia; effettivamente oggi telefonare costa molto meno rispetto al passato. Per ottenere ciò le compagnie telefoniche hanno precarizzato completamente il loro personale, costituito ormai quasi solo da assillanti venditori che ti chiamano ad ora di cena o, travestiti da bravi ragazzi, estorcono firme su contratti ad indifesi pensionati. E se c’è un guasto tecnico è sempre colpa di qualcun altro. Però, mi direte, i nostri figli hanno tutti smartphone in perenne contatto col mondo; sì, però comprati grazie ai genitori, perché i giovani (anche ammesso che lavorino: da precari) non se li potrebbero permettere.
Cosa succederà quando tutta l’economia, alla ricerca della concorrenza più spietata, avrà reso precario tutto il lavoro? A chi venderanno i telefonini quando non saranno più possibili regali di nonni pensionati e paghette di genitori precari a loro volta?
Facciamo un passo indietro. Un’altra parola magica di qualche anno fa era “delocalizzazione”: portiamo le fabbriche di scarpe o di abbigliamento in Vietnam o in Romania, così i consumatori italiani potranno avere prodotti meno costosi. Per qualche anno sembrava funzionare: poi chi ci ha guadagnato sul serio sono state alcune multinazionali e i testimonial campioni dello sport; chi ci ha rimesso sono stati i distretti industriali, grande ricchezza dell’economia italiana e i giovani: non dipende solo dalla delocalizzazione, ma oggi uno su tre è senza lavoro, gli altri due hanno un lavoro precario e/o sottopagato.
Torniamo a “liberalizzazioni”, con un chiarimento: io non sono parente di notai o di tassisti, anzi lavoro per un’azienda che potrebbe trarre vantaggio dalla liberalizzazione. Gli innamorati dicono che le liberalizzazioni premieranno il merito e l’innovazione e faranno abbassare i prezzi. Gli idraulici sono un settore liberalizzato: avete visto come sono bassi i loro prezzi? Si vuole intervenire sui benzinai: ma è da anni che il prezzo della benzina non è più imposto (per i giovani: una volta c’era il CIP: comitato interministeriale prezzi) ma, ogni anno, prima delle ferie estive, c’è una scusa per farla aumentare (una crisi petrolifera in Nigeria o in Venezuela la si trova sempre) e, quando il petrolio ribassa, il prezzo scende con calma, molta calma. Quindi la questione non riguarda tanto le regole del gioco, ma la loro applicazione. Non basta giocare con il modulo del Barcellona per vincere come il Barcellona; se non hai Messi & Co rischi di essere il Pescara di Zeman. E, soprattutto, occorrono arbitri competenti ed imparziali e giocatori che non trucchino le partite.
In altre parole: se ci saranno più taxi, avrò la possibilità di chiedere un preventivo prima di salire a bordo? Chi controllerà le tariffe? Lo stesso che controlla gli idraulici?
Per la benzina: attualmente il prezzo è 60% tasse, 30% costi, 10% distribuzione; oggi su quel 10% le compagnie fanno cartello; domani sposteranno parte della cifra sui costi? E quanto sono vere le voci che sui distributori indipendenti abbia messo le mani la camorra?
Non vorrei che, alla fine, i “price maker” camaleonticamente sopravviveranno a spese dei soliti, disarmati “price taker” che, per di più, pagheranno due volte: come consumatori (senza difese) e come lavoratori (senza protezioni sociali, sacrificate sull’altare della concorrenza).
Nessun commento:
Posta un commento