Bisognerebbe mettere tutto in mano ai privati, vedrai che poi le cose funzionano! E’ tutta colpa dei politici che rubano e tartassano i cittadini onesti! Dalle chiacchiere in tram (ormai più che altro soliloqui visto che più nessuno parla con nessuno) ai dibattiti in TV (ormai più che altro comizi da salotto visto che nessuno ascolta più nessuno) questi sono tra i tanti leitmotiv della nostra contemporaneità. Quasi quasi mi convinco anch'io, poi metto insieme le mie esperienze di nonno, padre, e uomo di casa e mi viene qualche dubbio. Nonno: ho spesso la gioia di poter portare a spasso la mia nipotina di pochi mesi e purtroppo ho sempre problemi a salire e scendere dai marciapiedi col passeggino; i cittadini hanno fatto gli scivoli, ma ci sono sempre un sacco di politici che parcheggiano sulle strisce davanti agli scivoli e devo fare pericolosi slalom per attraversare. Padre: mio figlio aveva bisogno di un certificato all'anagrafe e mi ha delegato; al comune di Roma c’è un servizio on line, si chiama “tu passi”, ti prenoti, vai all'anagrafe, confermi la tua presenza e ti chiamano allo sportello. Io l’ho fatto, però ho avuto un problema: ero prenotato per le 9.23, mi sono presentato alle 9.10 e invece di chiamarmi alle 9.23, mi hanno chiamato alle 9.15; non mi hanno lasciato neanche il tempo per qualche imprecazione contro gli impiegati inefficienti. Uomo di casa 1: causa lavori in casa dovevo liberarmi di alcuni libri. Convinto che solo i nazisti bruciano i libri mi sono rivolto ad una biblioteca comunale di Roma per sapere se e quali libri prendessero. Io avevo un elenco in excel, gliel'ho mandato e anche qui un problema; mi hanno risposto in giornata ringraziandomi ed evidenziando in giallo quali erano i titoli di loro interesse: ma volete darmi almeno qualche giorno per fare il pacco, cos'è tutta questa solerzia? Uomo di casa 2: tempo fa si è rotta la lavastoviglie; mi sono rivolto ad un centro di assistenza che espone sulla vetrina il logo di una nota formazione politica e la scritta “l’onestà andrà di moda”. L’efficientissimo centro privato ha impiegato circa un mese (più il periodo di ferie) per risolvere il problema; una congiura di negozianti e corrieri statali rendevano il pezzo introvabile e la riparazione effettuata da tecnici statali è stata lunga e difficoltosa. Meno male che almeno alla fine mi hanno rilasciato una ricevuta con la garanzia sulla riparazione scritta su un loro stampato; sicuramente qualche disguido dell’amministrazione finanziaria non ha permesso all'onesto cittadino del centro di assistenza di procurarsi un blocchetto di ricevute fiscali. Ora chiudo perché devo scendere a spostare la macchina: non puoi lasciarla un attimo davanti ad un passo carrabile che c’è subito uno che ti suona il clacson perché deve uscire!
SannoZero
Il comunismo sa distribuire la ricchezza ma non la sa produrre; il capitalismo sa produrre ricchezza ma non la sa distribuire. (Vàclav Havel - 1989)
martedì 19 aprile 2016
giovedì 9 aprile 2015
L'abito fa il monaco
Dopo il tragico fatto di questa mattina al Tribunale di Milano tutti a stracciarsi le vesti. Io vi voglio raccontare una vicenda che mi accadde una trentina d'anni fa.
Ero andato alla Corte di Cassazione per richiedere dei documenti. Quando l'appuntato all'ingresso mi ha visto giovane con barba, eskimo, borsa a tracolla e sguardo spaesato mi ha fatto il terzo grado su dove andavo e perchè, mi ha perquisito la borsa e fotocopiato la carta d'identità (come dargli torto: erano i primi anni '80 e le Brigate e Rosse erano nel pieno della loro attività). Una volta entrato sono stato sbattuto da un piano all'altro ma alla fine ho trovato l'ufficio giusto. Dovevo pagare i diritti di segreteria, compilare una domanda e passare la settimana successiva a ritirare il documento.
Puntuale, sette giorni dopo ritorno in piazza Cavour. Nel pomeriggio avevo una riunione importante e per questo m'ero messo giacca e cravatta, cappotto di cammello e, al posto della borsa a tracolla, avevo una bellissima valigetta ventiquattr'ore in pelle. Neanche a farlo apposta, all'ingresso c'era lo stesso appuntato della settimana prima: gli ho sorriso con gli occhi e mi stavo preparando a porgergli la valigetta per la perquisizione. Lui, serio, mi accennato un saluto militare e poi, abbassando il braccio, ha accompagnato il gesto come un vigile urbano e mi ha fatto passare accogliendomi con un "buongiorno avvocato!" Io, dopo le peregrinazioni della settimana prima, ero diventato pratico del posto e con fare disinvolto sono entrato e mi sono diretto all'ufficio dove dovevo ritirare il documento.
Ero andato alla Corte di Cassazione per richiedere dei documenti. Quando l'appuntato all'ingresso mi ha visto giovane con barba, eskimo, borsa a tracolla e sguardo spaesato mi ha fatto il terzo grado su dove andavo e perchè, mi ha perquisito la borsa e fotocopiato la carta d'identità (come dargli torto: erano i primi anni '80 e le Brigate e Rosse erano nel pieno della loro attività). Una volta entrato sono stato sbattuto da un piano all'altro ma alla fine ho trovato l'ufficio giusto. Dovevo pagare i diritti di segreteria, compilare una domanda e passare la settimana successiva a ritirare il documento.
Puntuale, sette giorni dopo ritorno in piazza Cavour. Nel pomeriggio avevo una riunione importante e per questo m'ero messo giacca e cravatta, cappotto di cammello e, al posto della borsa a tracolla, avevo una bellissima valigetta ventiquattr'ore in pelle. Neanche a farlo apposta, all'ingresso c'era lo stesso appuntato della settimana prima: gli ho sorriso con gli occhi e mi stavo preparando a porgergli la valigetta per la perquisizione. Lui, serio, mi accennato un saluto militare e poi, abbassando il braccio, ha accompagnato il gesto come un vigile urbano e mi ha fatto passare accogliendomi con un "buongiorno avvocato!" Io, dopo le peregrinazioni della settimana prima, ero diventato pratico del posto e con fare disinvolto sono entrato e mi sono diretto all'ufficio dove dovevo ritirare il documento.
mercoledì 8 aprile 2015
La mia #Argentina dalla A alla Z
Asado, ovvero la tradizione della carne arrostita. L’asado
vero ha bisogno di spazio e tempo per il fuoco, staffe regolabili sistemate sul
pavimento e grossi spiedi a forma di croce: si può fare solo nelle case di
campagna (quintas) e nelle occasioni speciali. Anche in un piccolo giardino di
città (o addirittura sulle terrazze condominiali) però non manca mai la
parrilla, cioè una grossa griglia rettangolare sistemata in una nicchia in
mattoni refrattari: basta una piccola riunione di famiglia per cuocere lomitos,
costillares e chorrizo. Il fuoco si accende di lato e la brace viene spostata
sotto la griglia a mano a mano che si forma.
Barrio cerrado. Letteralmente “quartiere chiuso”. Immaginatevi
l’Olgiata dentro Rebibbia: un modello urbano fatto di quartieri privati
esclusivi, recintati da alte mura e sorvegliati da guardie armate. Sta
prendendo piede in tutta l’America Latina e lo scandalo è che la gente ne parla
senza scandalizzarsi.Cambio. Dollaro official, dollaro ahorro, dollaro tarjeta, dollaro azul. Solo quelli bravi e svelti in matematica sopravvivono.
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Disneyland. Trenino turistico, gommoni che si spingono fin
dentro le cascate, ascensore panoramico; mancavano solo la parata notturna e i
fuochi d’artificio. Nonostante tutto questo le Cataratas del Iguazù sono una
potenza della natura: vertigini!
Europa. Gli europei che parlano male dell’Europa non conoscono
la differenza tra attraversare una frontiera e passare da uno Stato all’altro;
del resto costoro ti rispondono che loro non viaggiano (e se lo fanno spostano
solo il corpo, non la mente). Chi parla male dell’euro non sa quanto è
difficile convivere con una moneta debole (v. Cambio) e quanto questa moneta
non garantisce benessere per tutti (v. Barrio cerrado e Villa 31). Chi si lamenta del purgatorio dell’euro, ricercando il paradiso perduto della lira potrebbe
ritrovarsi nell’inferno dei pesos.
Futbol. E’ vero, gli argentini sono pazzi per il calcio (e
anche molto competenti). In TV vengono trasmesse in chiaro (i tifosi votano e
il governo lo sa) le partite argentine ed europee; e poiché i migliori
giocatori argentini giocano in Europa, il livello del campionato non è altissimo,
ma le partite allo stadio (ho avuto la fortuna di vederne due) con tutto, dico
tutto, il pubblico che canta fino alla fine, sono un’esperienza incredibile. Mentre
vai allo stadio tutti ti raccomandano di stare alla larga dalla barra brava
(gli hooligans): ho visto le loro facce rese rubizze dalla birra mimetizzata
nelle bottiglie verdi di Sprite, non mi sono sembrate tanto più feroci di
quelle degli ultras nostrani che riempiono gli stadi italiani ed europei.
Ghiacciai. Il riflesso azzurro della luce attraverso gli
iceberg e il crepitio e il tonfo dei blocchi che si staccano dalle pareti di
ghiaccio non si dimenticano più. Resta l’interrogativo: fino a quando
resisteranno queste meraviglie?Italiani. Dopo aver viaggiato in Stati Uniti, Australia e Argentina ne sono definitivamente convinto: gli Italiani migliori vivono all’estero. Se noi italiani d’Italia avessimo la passione e lo spirito di sacrificio degli Italiani all’estero, l’Italia non sarebbe un posto migliore, sarebbe IL posto migliore.
Julio, Avenida 9 de Julio. La via più larga del mondo. In
Argentina amano molto sottolineare di avere la via e il fiume più larghi del
mondo, la montagna più alta del Sud America, il fiume più corto del mondo e
specialmente tutto quanto può essere più e meglio del Brasile.
Kirchner. Dopo il futbol la politica è la grande passione.
Non ho sentito nessuno parlare bene della presidenta Cristina e dei politici in
generale. Credevo fosse una forma di qualunquismo perché, alla fine, ogni
popolo ha la classe politica che esprime e quindi si merita. Ma un popolo –
quello argentino – che si mette in fila alla fermata dell’autobus (e del
treno!) come gli inglesi di una volta, che in auto non impegna l’incrocio col
semaforo verde se è intasato il tratto di strada successivo, che tollera con
gentilezza gli innumerevoli venditori abusivi sulla metro, non merita una
classe politica scadente.
Made in Italy. Non voglio più sentir parlare di difesa del
made in Italy agroalimentare e lotta all’italian sounding. Come pretendono le
aziende di combattere le falsificazioni quando un chilo di spaghetti italiani
viene venduto, in un supermercato di una catena europea, a 13 (dico tredici)
euro al cambio ufficiale! E non tirate in ballo i costi di trasporto e i dazi
(che pur ci sono, alla faccia della globalizzazione, ma non possono incidere
così tanto); a parità di condizioni reciproche la carne argentina in Italia
dovrebbe costare 150 euro al chilo! Allora: o le aziende italiane ci marciano
oppure il governo italiano e l’Europa non sono capaci di negoziare equi accordi
negli scambi commerciali. PS: in Argentina abbiamo fatto un ottimo tiramisù con
“queso tipo mascarpone” e vainillas (savoiardi) argentini.
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Nahuel Huapi. E’ il lago sulle cui sponde si trova
Bariloche; e altri laghi ancora ti incantano sulla Ruta de los Siete Lagos. I
boschi si riflettono nell’acqua e la vista cambia ad ogni angolazione e ad ogni
mutar di ora e di luce del sole. Il marito di una mia cugina qui aveva trovato
scorci della sua Sila ed oggi un castagno maestoso troneggia nel suo giardino.
Obelisco. Non è antico, ma l’obelisco al centro di Avenida 9
de Julio non può mancare nelle foto di Buenos Aires. C’ero arrivato durante il
ponte di Carnevale e Buenos Aires era più deserta di Roma a Ferragosto degli
anni passati. Ci sono ritornato nei giorni feriali e ho riconosciuto una
capitale: traffico di taxi e manifestanti in Plaza de Mayo, giovani assorti nei
loro smartphone in metropolitana e giovani donne povere con bambini che
facevano il bucato nelle vasche delle fontane cittadine, centri commerciali
affollati e commercianti abusivi.
Papa Francesco. Prima c’erano Evita e Maradona, ora sul
gradino più alto del podio degli eroi popolari c’è lui. Ognuno ha un aneddoto,
un’esperienza personale da raccontare. C’è perfino sui cartelloni pubblicitari
della Terra del Fuoco e tra le statue di cartapesta della Boca. E percorrere
le strade, vedere i contrasti di certi quartieri e viaggiare sulla metro su cui
lui viaggiava ti fa capire il pensiero di Papa Francesco più della lettura della
Evangelii Gaudium.
Quinquela Martin. Un’altra piacevole scoperta: è il pittore
della Boca, che l’ha fatta conoscere al mondo. Oggi forse la Boca è un po’
troppo pittoresca e a misura di foto ricordo ma è un posto comunque unico,
specialmente ai bordi del quadrilatero turistico. Anche gli autisti del bus vi
mettono in guardia sulla pericolosità di questo quartiere, sta di fatto che a
mia cugina di Buenos Aires la macchina fotografica l’hanno rubata in Italia.
Rosario. Eravamo andati alla ricerca della casa natale di
Che Guevara, si è rivelata una gradevole sorpresa. Città elegante e ben
posizionata sulle barrancas del Paranà (ma quanto è grande questo fiume?), il
monumento alla bandiera in stile tardo piacentiniano da rivalutare, i quartieri
nuovi sorti sulle ex aree industriali con i lungofiume de La Florida ne fanno
un luogo che, a prima vista, sembra molto vivibile, nonostante ci fosse
capitata una giornata che più calda non si può e che a momenti ci stende.
Soia. Ho visto campi di soia a perdita d’occhio da Santafé a
Rosario e nella Pampa mi dicono che è lo stesso. Da quando la soia rende più
del pascolo, la qualità della carne argentina per l’asado (v.) è a rischio. La
soia ai cinesi (v. Xi Jinping), il mangime alle mucche: il guadagno è doppio.
Tango. Un po’ cartolina, molto passione vera. Artisti di
strada per strappare mance dai turisti, spettacoli nei ristoranti della Boca
per spennare i turisti e poi ci sono gli spettacoli veri, quelli che reggono il
confronto con i varietà di Parigi e di Las Vegas: scene, costumi, musica dal
vivo, cantanti, ballerini (e ballerine!), coreografie e… un pizzico di
patriottismo.
Ushuaia, 55° latitudine sud, fin del mundo. Navigazione nel
Canal Beagle, uccelli e leoni marini, neve sulla cima delle montagne di fronte
al mare, pioggia fredda in piena estate, nuvole e arcobaleni: cose da fine del
mondo. Dopo esserci andato potrai dire “ci sono stato”, ma le emozioni vere le
danno altri luoghi dell’Argentina.Villa 31. Immaginate delle costruzioni di mattoni forati, anche di più piani e con i muri non “a piombo” che non si sa in base a quale legge fisica stiano in piedi, affastellate intorno ad un’autostrada urbana e con un grand hotel sullo sfondo. Chiamatele come vi pare: favelas, bidonville, slums o, come in Argentina, villas miserias. Tollerate tutto ciò per decenni e poi meravigliatevi che in questi luoghi ci siano squallore morale e violenza. E per difendervi dalla violenza andate a vivere in un Barrio cerrado (v.).
Wine of Argentina. Un nome per tutti “Malbec” e combinazioni
varie con i vitigni internazionali più noti. Meno varietà rispetto all’Italia,
ma grande qualità, non c’è che dire (e, a giudicare dai miei mancati mal di
testa, pochi solfiti). Ci sono dietro investimenti di grandi aziende
internazionali (anche italiane) che hanno fatto una grande operazione di
marketing e per questo riescono a farlo pagare tanto, forse un po’ troppo.
Xi Jinping. Pochi sanno che è il presidente della Cina. E ancora
in troppo pochi sanno che la Cina, senza apparentemente immischiarsi nelle
faccende politiche del mondo, sta invadendo il mondo; l’Africa è stata già
comprata, il resto del mondo è in vendita. Tanti credono che l’invasione cinese
sia fatta da ristoranti e negozi di cose di bassa qualità ma a buon mercato; in
realtà gli affari sono molto più grossi: e in Argentina ho viaggiato su treni cinesi
che viaggiavano su binari cinesi, della soia (v.) ho già parlato, nel mirino ci
sono le immense risorse argentine di acqua dolce.
Yerba mate. Un altro simbolo dell’Argentina; un vero
argentino non si separa mai da mate (il recipiente dove si mette in infusione
la yerba mate), bombilla (la cannuccia d’argento) e thermos dell’acqua calda
per preparare l’infusione. In provincia più che a Buenos Aires: evidentemente i
gesti rituali e conviviali del mate mal si conciliano con i ritmi della
capitale.
Zara, o Swarovski, o Apple o qualsiasi altro marchio globale
di cui si conoscono i prezzi nei diversi paesi. Vai nei centri commerciali in
Argentina e gli articoli dei marchi internazionali costano almeno il 30 per
cento in più che in Italia, per non parlare dei prodotti alimentari (v. Made in
Italy). Sarà l’euro debole? Sarà l’inflazione argentina? Ho poi scoperto che sui
prodotti dall’estero ci sono derechos de importacion (dazi) altissimi, altro
che libero scambio! Chi può compra durante i viaggi negli Stati Uniti o in
Europa, gli altri ricorrono alle cuotas (le rate).venerdì 6 giugno 2014
Parole magiche IL GIORNO DOPO
Oggi si è aperto l’annuale convegno dei giovani di Confindustria su “Sapere.
Fare. Impresa. Verso un nuovo Umanesimo industriale”. Il Sole 24 ore riferisce
che il presidente Marco Gay ha sottolineato che “non dobbiamo far rimpatriare
solo capitali ma produzioni”, puntando il dito contro “la delocalizzazione di
quelle imprese che producono utili ma vanno alla ricerca di manodopera sempre
più sottopagata”.
Proprio ieri avevo affrontato l’argomento http://sannozero.blogspot.it/2014/06/parole-magiche-oltre-due-anni-dopo.html,
oggi forse qualcuno si sta rendendo conto che non è più possibile togliere
carte dal castello. Che questa consapevolezza sia frutto dell’“umanesimo” o
della convenienza, poco importa: ciò che conta è modificare la direzione delle
cose, o come piace dire a me, cambiare le parole magiche che contrassegnano un
periodo di tempo.
E' bello immaginare che i rampolli confindustriali, piuttosto che star
chiusi nelle supersorvegliate ville di famiglia a rimirare diamanti (a
proposito, mi dicono che per i tagliatori di pietre preziose il lavoro è aumentato
moltissimo; tanto per non avere dubbi sull’allargamento della forbice
ricchi/poveri) preferiscano vivere in mezzo a gente felice. E se sono troppo
romantico che almeno abbia ragione il buon vecchio Adam Smith che affidava il
nostro pranzo non alla umanità del macellaio e del birraio ma al loro egoismo.
giovedì 5 giugno 2014
Parole magiche (oltre due anni dopo)
In un mio vecchio post del gennaio 2012, tra le "Parole magiche" elencate ce n'era una di moda qualche anno fa: "delocalizzazione" e, tra le sue vittime, indicavo i distretti industriali italiani e i giovani.
Stamattina il Sole 24 ore, mentre tutti gli altri quotidiani titolavano a nove colonne con lo scandalo del Mose di Venezia, apriva con "Dal 2001 perse 120.000 fabbriche".
Altro che distretti industriali: qui non si tratta solo delle calze di Mantova andate a finire in Serbia, siamo definitivamente di fronte ad un vero e proprio declino industriale. Secondo me i delocalizzatori degli anni '90 lo sapevano che a furia di chiudere di qua e aprire di là ci sarebbero state le ex operaie disoccupate delle fabbriche di scarpe (delocalizzate) che non potevano comperare le calze (delocalizzate) e le ex operaie disoccupate delle fabbriche di calze che non potevano comperare le scarpe (sembra complicato, ma mi avete capito).
E tutti ragionavano come Totò nella famosa gag di Pasquale. Prendeva gli schiaffi destinati a Pasquale, ma a lui non importava, mica era Pasquale! Ora, a furia di schiaffoni si sono resi conto che siamo tutti Pasquale e il presidente di Confindustria dice - ora - che il declino non è ineluttabile: ma forse era meglio pensarci prima quando si favoriva la deindustrializzazione giustificandosi con l'articolo 18, la burocrazia, la mancanza di infrastrutture.
E' che ognuno credeva di essere il solo a togliere una carta dal castello, ora si stanno rendendo conto che se ne togli troppe il castello di carte crolla. L'illusione che l'industria finanziarizzata potesse fare a meno dei lavoratori e rivolgersi solo ai consumatori si è dimostrata, appunto, un'illusione. I consumatori, per essere tali, devono essere prima persone con un lavoro e con un reddito, altrimenti come puoi consumare?
Stamattina il Sole 24 ore, mentre tutti gli altri quotidiani titolavano a nove colonne con lo scandalo del Mose di Venezia, apriva con "Dal 2001 perse 120.000 fabbriche".
Altro che distretti industriali: qui non si tratta solo delle calze di Mantova andate a finire in Serbia, siamo definitivamente di fronte ad un vero e proprio declino industriale. Secondo me i delocalizzatori degli anni '90 lo sapevano che a furia di chiudere di qua e aprire di là ci sarebbero state le ex operaie disoccupate delle fabbriche di scarpe (delocalizzate) che non potevano comperare le calze (delocalizzate) e le ex operaie disoccupate delle fabbriche di calze che non potevano comperare le scarpe (sembra complicato, ma mi avete capito).
E tutti ragionavano come Totò nella famosa gag di Pasquale. Prendeva gli schiaffi destinati a Pasquale, ma a lui non importava, mica era Pasquale! Ora, a furia di schiaffoni si sono resi conto che siamo tutti Pasquale e il presidente di Confindustria dice - ora - che il declino non è ineluttabile: ma forse era meglio pensarci prima quando si favoriva la deindustrializzazione giustificandosi con l'articolo 18, la burocrazia, la mancanza di infrastrutture.
E' che ognuno credeva di essere il solo a togliere una carta dal castello, ora si stanno rendendo conto che se ne togli troppe il castello di carte crolla. L'illusione che l'industria finanziarizzata potesse fare a meno dei lavoratori e rivolgersi solo ai consumatori si è dimostrata, appunto, un'illusione. I consumatori, per essere tali, devono essere prima persone con un lavoro e con un reddito, altrimenti come puoi consumare?
lunedì 19 maggio 2014
#TellEurope No. 2
Sono andato a cercare i dati di ascolto del dibattito con i
candidati a presidente della Commissione europea (vedi post #TellEurope). In
Italia: 127.000 spettatori per uno share dello 0.47%. Durante la trasmissione,
dall’Europa sono arrivati 60.000 twit. E, come Peppino De Filippo, ho detto
tutto!
Ancora qualche numero: primo trimestre 2014, PIL Italia –
0,2%, Germania + 0.8%. Mia moglie mi fa: secondo me i tedeschi barano. Le ho
ricordato del nostro ultimo viaggio a Berlino prima di Natale; alla stazione
ferroviaria dell’aeroporto abbiamo visto operai che, chinati sul marciapiede,
pulivano le griglie di scolo dell’acqua utilizzando sofisticati attrezzi
tecnologici tedeschi (cazzuola e carriola). Poco più di un mese dopo, a Roma, è
diventato famoso l’hashtag #SottoMarino e giù le solite polemiche sui tombini. Secondo
me i numeri del PIL comprendono anche le condizioni dei tombini (o sono le
manutenzioni dei tombini a condizionare il PIL?)
venerdì 16 maggio 2014
#TellEurope
Questo blog, più che di post, sembra fatto di numeri unici.
Speravo di essere più assiduo, una volta (quasi) in pensione, ma la speranza fu
vana. Ogni tanto qualcuno me lo ricorda: ma non scrivi più? Cosa vi devo dire,
gli spunti non mancano, ma occorre trovare la pazienza di andare oltre un
veloce post su facebook (o peggio, di un ancor più rapido twit) che dopo
qualche minuto sono da buttare come le patatine invendute di MacDonald. Fine
della premessa.
Ieri sera è andato in onda su Rainews (e in Eurovisione) un
dibattito a cui hanno partecipato i candidati a presidente della prossima
Commissione Europea: quanti lo sapevano, chi se ne accorto? La TV ne ha parlato “en passant”
nei telegiornali di oggi, a cose fatte; i giornali, neanche una segnalazione in
prima pagina. Gelosia professionale perché la moderatrice era l’italiana Monica
Maggioni? O perché l’informazione e la politica preferiscono seguire l’onda e
parlare di Europa quando si tratta di euro o di immigrati? Parafrasando Kennedy
sarebbe ora che ci chiedessimo cosa possiamo fare noi per l’Europa e non
limitarci a criticarne le scelte, come se noi fossimo un paese di un altro
continente colonizzato dall’Europa.
Altro tema caro alla politica e all’informazione: il
semestre europeo a presidenza italiana; come ho scritto su facebook ci stanno
facendo una testa così sull’argomento. Avete mai sentito o letto delle
iniziative greche durante il primo semestre di quest’anno? Non voglio fare il
maestrino, ma dopo il trattato di Lisbona la presidenza semestrale non conta
quasi più nulla: perché nessun politico lo dice e, soprattutto, perché nessun
giornalista ne discute?
Mi fermo, mi stanno sudando i polpastrelli… A fra un anno? E
ancora, non ho usato troppi punti interrogativi?
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